Recensione di Persinsala #DÉLIRE

DÉLIRE

Archeologia del teatro

Al Teatro Studio Uno, Délire firmato da Antonio Sinisi, con Alessandro Di Somma ed Eleonora Turco, l’assurdo non è mai stato così contemporaneo.

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Tratto da Delirio a Due di Eugène Ionesco, padre putativo del Teatro dell’assurdo, Délire è figlio di una trascurabile contingenza organizzativa (un imprevisto di programmazione) e di un’estrema urgenza squisitamente artistica che, «destrutturando fondamentali e complessi dispositivi di micropotere della società contemporanea», lo colloca sul medesimo solco dello straordinario Tetro.

La coerenza poetica declinata al contemporano delle due creature di Antonio Sinisi risulta, addirittura, avvalorata da distanze sceniche e drammaturgiche evidenti e non indifferenti.

Analizzata e restituita da un interprete meraviglioso nell’assumere un «precario equilibrio» accanto a un «totale controllo fisico della scena», l’intima bipolarità psichica in Tetro disvelava la caduta delle innaturali maschere sociali e il conseguente rischio di perdere ogni stabilità; analogomente, nella sua contrarietà, inDélire, la condizione sarà antitetica, la frantumazione della personalità gettata all’esterno e l’esposizione al paradosso della vita scomposta, per cui sarà possibile che due amanti si trovino nel totale disaccordo su tutto, dai drammi più urgenti (l’amore di un tempo, le occasioni perdute) a quelli più futili («La tartaruga e la chiocciola sono la stessa bestia?»), mentre «fuori, nel cosmo, infuria una battaglia», come rifratta in una finestra aldiqua della quale lo sguardo del pubblico sarà costretto a scorgerne gli accadimenti.

Parallelamente all’ammantarsi di una contraddizione che (s)travolge nel conflitto ogni cosa (l’essere donna o uomo, la disputa su tartaruga e chiocciola, il sentire caldo o il freddo), fin dalle scene distorte disegnate da Martoz (il cui bel minimalismo tende inopportunamente a perdersi nel ricco e confuso allestimento finale). Délire si permea di glaciale, pur ironico, immobilismo rispetto a dinamiche esistenziali di personaggi che nei confronti della vita sembrano saper mostrare solo rimpianti e rimorsi.

Al netto di una chiusura ancora da modulare perché, nel cercare una netta variazione dal clima dell’anticommedia (come Ionesco amava definirla), tende a un immaginario borghese semplicistico e di comodo, lo spazio scenico, complice l’approccio volumetrico della regia, si riempie visivamente di sentieri spezzati, incontri impossibili e ramificazioni rizomatiche, ovvero di una banale e comune sofferenza quotidiana, mentre i dialoghi – asciutti e chiari, sensati solo sintatticamente – danno opacità alla doppiezza esistenziale di chi si sente estraneo anche alla propria solitudine e vive con grottesca angoscia il disfacimento di un mondo verso il quale si sente tanto (ir)responsabile quanto inadeguato. Quello che patiscono Eleonora Turco, la «bella e civetta» dall’altissima tenuta attoriale, e il «seduttore» Alessandro Di Somma, a tratti meno brillante della partner, è, infatti, l’impossibilità di una sintesi interpersonale, ciò su cui li vedremo verbalmente duellare (non dialogare), guardandoli attraverso una finestra disegnata, mentre spostano un materasso disegnato e un armadio disegnato alla ricerca di una sicurezza irrealizzabile perché la vita non dà rifugi dal dolore, è la tragedia di una umanità incapace di autentico pathos e sincera condivisione, di slancio verso il futuro e di concreto agìre nel presente.

Nel suo privilegiato e storicamente ricorrente rapporto con l’essenza artistica, il delirio è però un tema particolare e cruciale. Dalla Grecia antica, nella sua piega romantica e oggi nella sua catalogazione clinica, esso sarebbe passato dall’essere rivelatore di una presenza demoniaca e da dono in grado di concedere il creativo furore delle Muse, l’amorosa passione di Afrodite o il mistico entusiasmo di Dionisio, all’essere patologia da sottoporre a cura e normalizzazione. Persa la capacità delle sue origini classiche di elevare in purezza, nel delirio, variamente catalogato nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), verrebbe a caratterizzarsi ambiguamente quasi ogni manifestazione superiore o altra della natura e della cultura umana, imponendo a chi ne fosse affetto una sostanziale singolarità, se non stranezza e diversità, dunque inferiorità.

Speculare al delirio, non caso, si pone la questione della normalità, la strumentale convinzione che esista uno standard in relazione al quale disporsi in maniera piramidale con conseguente disparità di diritti e doveri degli individui più o meno prossimi a esso.

Considerazioni che fanno, allora, du délire un tema radicale per decostruire la genesi di quella volontà di omologazione che, plasmando la narrazione dell’Occidente nelle sue pratiche pubbliche e private, ha determinato straordinari effetti di coercizione personale e collettiva. Tema di cui Sinisi, ancora una volta, riesce a dare – pur con significativi margini operativi – un efficace formalismo, trasfigurato in quella irriducibile incomunicabilità di cui questo adattamento, evitando di disperdersi nell’ansia di una forzata originalità o di inutili sperimentalismi, riesce a inscenare con linearità e carnalità l’essenza più limpida e concreta.

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Pubblicato in: nvb

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